Grande adesione allo sciopero generale del 16 aprile a Torino. La città "licenzia" Berlusconi, oltre 150mila i lavoratori confluiti in piazza San Carlo, ma c'è stata guerra di numeri come al solito, la questura parla di 100mila. Quello che conta è che c'ero anch'io tra i numerosissimi manifestanti. Quello che più mi ha colpito è stata la volontà ferrea con cui si vuole difendere l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, e non solo, di questo popolo di lavoratori, dipendenti, pensionati, giovani che pacificamente e con slogan a volte anche simpatici si è riversato nelle strade della città. La fantasia dei partecipanti ha avuto ampia occasione si manifestarsi. Tra gli slogan più gettonati "Dura lotta: l'articolo 18 non si tocca" e "Chi non salta Berlusconi è" fino al classico "Berlusconi, Berlusconi vaffanculo". Pittoreschi anche i cartelli, come quello che raffigurava una cuccia per cani con catene e collari e sopra scritto "Casa delle libertà", oppure quello scritto a mano che recitava "Un accorato appello alla ragione a chi ha votato Berlusconi: ravvedetevi, prima che costui distrugga questo paese!". Tra gli striscioni più impegnati quello dei comunisti italiani: "Reddito, diritti, dignità"! Niente di rotto nella città e solo qualche scritta sui muri, prese di mira, dalla frangia "antagonista" dei cortei, le agenzie di lavoro interinale e le sedi di alcune banche. Almeno due agenzie di lavoro in affitto hanno avute le vetrine oscurate da un telo bianco, in quanto simbolo della precarizzazione del lavoro secondo il governo. Lancio di uova, immondizia e scritte anti-Berlusconi nelle sedi di Forza Italia e della Lega. Si è trattato di un gruppetto di manifestanti che si è staccato da uno dei tre cortei e che ha scritto negli ascensori della sede regionale di Forza Italia "Razzisti" e "Berlusconi alla gogna", un vetro del portone è stato rotto e prima di fuggire hanno rovesciato un bidone di immondizia. La reazione di Forza Italia è stata sproporzionata si è parlato di ritorno "ad atti ingovernabili" e di "attacco a un partito democratico", che sarebbe poi quello di proprietà dell'uomo più ricco del Paese.
Tornando alla piazza, nel suo intervento, il segretario nazionale della Cgil, Paolo Nerozzi, ha preso posizione sul caso del delegato sindacale Mario Bertolo licenziato dalla Pininfarina. "Un licenziamento dovuto a ragioni puramente aziendali e conseguenza di un grave atto di insubordinazione", così si giustifica l'azienda. "un grave atto di intimidazione, un eccesso di reazione aziendale che avviene proprio nella fabbrica del presidente dell'Unione industriale di Torino", ribattono i sindacati. Bertolo, da 31 anni delegato di fabbrica, è accusato di insubordinazione, perché non è stato trovato al suo posto di lavoro quando la dirigenza doveva notificargli l'inizio della cassa integrazione, e per di più ha lavorato il giorno dopo, ossia il primo di "cassa". Per i sindacati è un atto gravissimo, figlio della campagna portata avanti dalla Confindustria e della politica di questo governo e ha annunciato che faranno causa all'azienda proprio in forza dell'articolo 18, e meno male che non è stato ancora abolito!
Il terrore dei licenziamenti non è infondato, alla Gefco di Milano, azienda che distribuisce ricambi alla Citroen e Peugeot, alcuni operai non hanno scioperato per paura di essere licenziati. Da febbraio a marzo in questa fabbrica sono stati, infatti, mandati a casa quattro iscritti alle confederazioni sindacali, è chiara quindi l'intenzione di sfrattare i sindacati dalla fabbrica. Con quale faccia il governo e Confindustria garantiscono agli italiani che abolendo l'articolo 18 non ci saranno licenziamenti ingiusti: "nemmeno uno" secondo le affermazioni del ministro delle Attività Produttive Antonio Marzano. Come si può garantire con certezza in Italia (e non siamo in Gran Bretagna, Francia o Germania) che abolendo l'articolo 18 non ci sarà un solo "licenziamento ingiusto", sembra proprio di risentire la fatidica frase detta da tanti genitori al proprio figlio per farlo stare buono: "se fai il bravo ti porto una bella cosa!". Non dimentichiamoci che la battaglia sull'articolo 18 fu la madre di tutte le battaglie operaie degli anni sessanta, poiché su quell'articolo si giocava la pari dignità del "lavoro" con il "capitale" all'interno delle grandi attività produttive e che da questa pari dignità si è costruita una delle cinque potenze industriali del pianeta. Purtroppo la gente dalle nostre parti dimentica facilmente!
Il governo dice che dopo lo sciopero si torna a trattare ma, come affermava il vice presidente Fini all'indomani dello sciopero, che si va avanti con la riforma dell'articolo 18. Probabilmente il governo si illude che lo sciopero generale sia solo un rituale barbarico di tredici milioni di italiani in delirio, che la modifica dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori sia una bazzecola, che il lavoro "in leasing" sia la soluzione della disoccupazione in Italia e che i 5.000 cassaintegrati Fiat di oggi e i 30 mila posti di lavoro in esubero nel 2002, saranno riassorbiti con il lavoro interinale. Ma che bella pensata! I sindacati confederali, invece, si sentono più forti nella loro difesa dell'articolo 18 dopo il successo della manifestazione in tutta Italia.
Moltissimo resta da fare per estendere le tutele ai nuovi lavoratori atipici, a rischio di precarizzazione a vita. Sarebbe ora che agli industriali italiani entrasse in testa che un lavoratore contento, ben pagato e valorizzato produce, e rende, molto di più di un operaio usa e getta, precario e mal pagato.
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