martedì 22 febbraio 2011

La morte di Eros.

La morte di Eros.

"Il Cristianesimo dette da bere ad Eros del veleno. Costui in verità non ne morì, ma degenerò in vizio".

Con queste folgoranti parole, Nietzsche, in "Al di là del bene e del male", traccia i rapporti tra Eros antico ed Eros moderno. Neanche Nietzsche, fiero avversario di Platone e della sua filosofia, può negare che nell'erotica pagana, compresa l'erotica platonica, si colga quell'aspirazione al tutto, che solo il Cristianesimo e la filosofia moderna manterranno poi completamente perduta, operando una netta scissione tra anima e corpo, intelletto e sensibilità, mondo sensibile e mondo soprasensibile. Nel mito platonico del Simposio, infatti, Eros non è qualcosa, ma qualcuno, un demone, figlio di Penìa, la povertà, e di Pòros, l'espediente. Dato che Eros non è un dio, ma un povero demone, aspira al bello, e non lo possiede. Ma siccome è un terribile demone e non un dio, pur se non possiede il bello, cerca di mettere in atto ogni espediente e stratagemma per goderne. L'espediente è cercarlo nelle cose terrene. La bellezza delle cose terrene, a cominciare da quella dei bei corpi, delle persone belle, è un veicolo per l'ascesi verso il bello in sé, che è al di là di tutte le cose, ma che, in diversa misura, partecipa di ognuna. Questo è Eros nella filosofia platonica: un formidabile procacciatore di bei corpi e insieme di belle anime.

Nel Cristianesimo invece la figura di Eros si può incarnare perfettamente in quella di Don Giovanni, il vizioso, che, come ci fa vedere Kierkegaard, può conquistare tutto senza andare al di là di nulla. Don Giovanni gode dei corpi e perciò condanna l'anima, la propria e quella delle sue conquiste. Quale potrebbe essere allora il nome di quel veleno, per dirla ancora con Nietzsche, che il Cristianesimo avrebbe dato da bere ad Eros? "Regno dei Cieli" forse?

Il Cristianesimo, quando era ai suoi inizi, tese a eliminare l’eros, quello terreno, in quanto identificato con la persecuzione che i primi martiri cristiani dovettero subire. Si pensi alle atroci morti di San Lorenzo e di Santa Caterina d'Alessandria. Il "nemico" era considerato come colui che pensava a straziare il corpo. Allorché le persecuzioni cessarono il Cristianesimo cambiò posizione. Mentre prima il Cristianesimo era il tradursi di numerose dottrine stoiche, e di conseguenza si adottavano forme di "automartirio" quali il digiuno, la fustigazione, la castità, la dottrina dell'amore cristiano, dal IV secolo in poi, sempre più raccomandò all'uomo una forma di controllo su se stesso che passasse anche attraverso la diminuzione dell’eros, in altre parole del desiderio per le cose, per i corpi, per la bellezza mondana. Il Cristianesimo sostituisce l'amore per le cose terrene, che offrono una felicità limitata, con l'amore per le cose celesti, per Dio, per il Paradiso, unico e solo capace di dare una felicità maggiore. Certamente la Chiesa ha da sempre imposto un autocontrollo sull’eros e ha contribuito, in qualche modo, alla denigrazione dell’eros. Si pensi al Quinto Canto dell'Inferno di Dante, quello di Paolo e Francesca. In esso v'è la condanna del desiderio carnale. Nella dottrina paolina, la "lotta contro la carne", in quanto sinonimo di "diabolico", è sinonimo di ribellione a Dio. Persino il diavolo, che è puro spirito, è considerato come istigatore della carne, e carne esso stesso.

Per fortuna non tutto il Cristianesimo professa la negazione del corpo. L'invito alla fustigazione non sempre è presente. Anzi, nel Cantico dei Cantici dell'Antico Testamento, si esalta il corpo e la preparazione all'atto sessuale, proprio perché l'unione tra i coniugi rappresenta l'amore di Dio per gli uomini.

La mistica spagnola, e poi santa Teresa d'Avila, non concepiva il corpo amoroso come qualcosa di negativo, di caduco, sottoposto alla corruzione e da non amare, giacché esso è transitorio. La bellezza, per Teresa d'Avila, conosce un culmine. Nella scultura che raffigura la Santa, esposta nella Cappella Cornaro della chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma, sembra quasi che l'Estasi sia di tipo sessuale. Non è, questa, un'interpretazione maligna, giacché in tutta la tradizione mistica, l'atto di uscire da sé - l’estasi - è paragonato all'atto sessuale. L'"Estasi di santa Teresa" di Gian Lorenzo Bernini interpreta bene questo godimento, che nasce dal congiungimento dell'anima, la sposa, con Dio, lo sposo. Il congiungimento dell'anima trascina anche il corpo. L'amore per le "creature" di san Francesco d'Assisi, percorso come è da fermenti di autentica religiosità democratica, non implica per niente una punizione per ciò che è corporeo.

Tutta la filosofia moderna, da Cartesio fino al positivismo, ha considerato il corpo come una macchina, dunque lo ha "de-eroticizzato" alla stregua di uno strumento: si pensi all'uomo-macchina proprio del materialismo illuministico. L’eros pertanto non costituiva più un valore etico inerente al corpo, ossia che dipendeva dal fatto che l'uomo, non solo avesse un corpo, ma fosse un corpo. Il positivismo o, in generale, tutte le forme scientistiche riconducevano il corpo a un unico principio, legandolo sostanzialmente alle proprie tecniche, e riducendo l’eros a una sorta di kamasutra.

La riscoperta della corporeità dell’eros nel mondo contemporaneo potrebbe accentuarne una certa commercializzazione, una certa "mercificazione". Nell’eros commercializzato la potenza del desiderio non si conserva, ma s’inflaziona. Un eros troppo facile e senza ostacoli paradossalmente è un eros che non ha valore.

La degradazione dell’eros è un fenomeno antico come il mondo. Con la soppressione di alcuni tabù l’eros si è ulteriormente commercializzato.

Secondo la filosofia contemporanea, l'uomo non ha un corpo, ma è un corpo. Seguendo questa concezione, corpo ed anima non sono separati.

Il pensiero filosofico moderno è tutto improntato a riaffermare la centralità dei caratteri passionali dell'uomo. La civiltà attuale preferisce pensare agli individui come esseri dotati di corpo e di passioni. Questo progetto filosofico moderno invita l'uomo una volta di più al godimento delle apparenze, all'apprezzamento della corporeità. Il solo rischio è che tale atteggiamento di godimento continuo e a buon mercato possa risultare dannoso e procurarsi in tal modo riserve riguardo agli scopi importanti del corpo. L’uomo non può assolutamente prescindere dal corpo che lo pone in contatto con il mondo esterno. L'uomo deve restare non nel corpo come "macchina", ma nel corpo come "veicolo di comunicazione".

La morte del corpo sta a significare la sua importanza. La morte assume, da un lato, un significato tragico, se si crede che essa sia il nulla e che tutta la nostra esistenza si riduca all'arco biologico, dalla culla alla bara. Dall'altro essa é, come spesso si dice, il "nuovo osceno", ossia ciò che si situa fuori della scena. La morte resta il grande punto interrogativo della vita di ogni individuo. Il Nunc et in ora dell'Ave Maria esplicita la continua esposizione dell'uomo all'idea di un'improvvisa cessazione del suo essere e delle sue sensazioni. L'età moderna banalizza l'idea della morte, semplicemente ignorandola. L'industria del "caro estinto", per cui il cadavere è vestito con i suoi abiti migliori, non è altro che un modo per negare la morte o per allontanarci dalla stessa. Abbiamo tolto le mutande agli uomini e alle donne per metterle alla Morte…

Salvatore Falco

Pubblicato in <Punto d'incontro>, XII N.E., 19, 2001.