martedì 22 febbraio 2011

JUAN DIEGO: UN NUOVO SANTO

La canonizzazione di Juan Diego ha creato molte polemiche sia tra i credenti sia tra i protestanti. Il processo di canonizzazione ha generato molti dubbi non solo sulla esistenza o inesistenza storica di Juan Diego, fatto che di per sè resta nell'ambito dell'espressione o della mancanza di fede, ma soprattutto sulla rivelanza pastorale, propagandistica e perfino politica di annotare un indigeno nel calendario cattolico.

Alcuni osservatori vedono nella santificazione un atto di giustizia e di riparazione della Chiesa Cattolica verso i popoli indigeni, mentre altri vedono l'evento come una manovra di marketing spirituale orientata a contrarrestare la perdita di fedeli tra i cattolici di America Latina, e come un tentativo di consolidazione del predominio romano in Messico e America Latina e come una reazione al noto sviluppo nella regione delle chiese evangeliche e dei culti non cristiani come l'Islam e altre religioni orientali.

La canonizzazione di Juan Diego ha fatto aumentare il numero di coloro che credono alla sua storicità, grazie anche alla manipolazione dei mas media e della Chiesa.

La controversia sull'esistenza di Juan Diego non sembra preoccupare più di tanto la Chiesa, anzi, essa si è impegnata a sfruttare e convertire il fatto e la figura di Juan Diego a fini commerciali. È curioso il fatto che il viaggio del cardinal Roger Etchegaray, fatto in Messico alcuni mesi fa, è stato offuscato dalla polemica sulla storicità di Juan Diego. Etchegaray veniva a dire la sua sui diritti degli indigeni, sulla situazione di violenza latente in Chiapas e sul lavoro pastorale della Chiesa. Per molti risulta sospetta la coincidenza tra la visita di Etchegaray e la lettera firmata a Roma da Schulenburg (ex rettore destituito del Santuario della Madonna di Guadalupe) e da altri sacerdoti. Nella lettera, pubblicata da Andrea Tornelli su Il Giornale, si afferma che Juan Diego non è esistito e che non ci sono prove storiche sul fatto. La tradizione Guadalupana come la conosciamo oggi, proviene da un manoscritto in lingua nàhuatl chiamato Nicam Mopohua, attribuito ad Antonio Valeriano, che lo avrebbe scritto verso il 1556 (25 anni dopo le presunte apparizioni), la prima edizione in spagnolo è del 1649. Il testo è di una grande bellezza letteraria, però presenta varie incongruenze che non lo fanno ritenere un documento storico. Senza entrare in dettagli, si può dire che contro della veridicità del racconto gioca un ruolo importante il silenzio di Juan de Zumàrraga, il primo vescovo di Città del Messico e presunto testimone dell'episodio.

Nei suoi innumerevoli scritti, l'illustre francescano non menziona il fatto, anzi al contrario nei suoi scritti mostra la sua radicale avversione ai fatti soprannaturali. Il silenzio di Zumàrraga non perturba l'entusiasmo degli apparizionisti, i quali giustifina il silenzio per imprecisi motivi politici e di estrema prudenza di fronte alla grandezza dell'evento. In cambio Alfonso de Montùfar, secondo vescovo di Città del Messico, riconosce pubblicamente nel 1556 l'esistenza del culto guadalupano, però non la apparizione miracolosa, né il carattere soprannaturale dell'evento. Inoltre Francisco Bustamante, provinciale dei francescani in quel tempo, accusato di causare un grande pregiudizio tra i nativi perché faceva credere che la immagine dipinta da un indio di nome Marcos era miracolosa. I risultati delle ricerche sul culto guadalupano riguardano solo pochi e la tradizione pesa più di tutti i dati storici e dimostrazioni apportate da numerosi studiosi nel corso dei secoli, da Da francisco de Bustamante y garcia Icazbalceta fino a Francisco de la Maza, olimon e lo stesso Schulengurg. Durante la conquista e il periodo coloniale questa storia fu per la Chiesa Cattolica uno strumento di evangelizzazione e di inculturazione della fede. Adesso il nuovo santo può servire per addottrinare sotto il segno di uno indigenismo lontano dalla teoria della liberazione e dalle lotte sociali. Juan Diego è un personaggio umile, semplice, mansueto, è leale diligente, in poche parole un santo del terzo mondo.

È, dunque, chiaro che dietro la falsa polemica non c'è l'esistenza di Juan Diego, ma l'appropriazione che l'indio rappresenta sia per la Chiesa sia per la società. Ci sono interessi commerciali e politici nei mezzi per la rappresentazione simbolica di Juan Diego: per alcuni continua ad essere l'indio umile, passivo e taciturno soggetto di qualche programma assistenziale o del governo, colui che nasce emarginato e che mai dice no. In questa prospettiva paternalistica l'indigeno è sempre manipolabile e testimonia che il paese ha bisogno più che di un cambio di strutture, di un cambio di cuori di ogni messicano tipo teleton. Dall'altro lato rimane l'indigeno un soggetto di diritti e un vero attore sociale, la cui dignità comincia con il rispetto della sua identità culturale e religiosa.

A parte la retorica cattolica sul rispetto e sulla predilezione per gli indigeni e le continue richieste di perdono da parte del Papa agli indigeni, la canonizzazione di Juan Diego vuole definire il ruolo della Chiesa messicana di fronte agli indigeni di questo paese. Ci sono settori che non vogliono entrare in serio in questo problema e Juan Diego risulta incomodo, per cui si preferisce promuovere l'immagine idilliaca dell' "indigeno".

I dati qui riportati sono il frutto di una ricerca di Paola Barochio Rocha dell'Università del Valle de Mexico attraverso l'analisi dell'opinione di alcuni giornalisti e dei mezzi di comunicazione sociale.

Salvatore Falco


Publicato in: Viottoli n° 10/2002,- Semestrale di formazione comunitaria.



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