martedì 22 febbraio 2011

GLI STRANIERI NEL MONDO

GLI STRANIERI NEL MONDO

I nuovi progetti di legge sull’immigrazione e il diritto d’asilo in corso d'elaborazione in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, sono un grave segno univoco che tali provvedimenti si configurano come provvedimenti contro la nuova immigrazione, contro gli immigrati (regolari o irregolari che siano) e contro i richiedenti asilo. È una tendenza preoccupante, dinanzi alla quale non possiamo stare in silenzio.

In Occidente i lavoratori immigrati vivono in una condizione di minorità materiale, giuridica e politica, quale forza-lavoro a basso costo e senza diritti. Questa condizione d'inferiorità sociale viene ora a essere ulteriormente appesantita dalle nuove leggi alle porte, o appena varate. Leggi che spesso sono già entrate materialmente in vigore prima ancora di esserlo sul piano formale: attraverso una quantità di atti "spontanei" o organizzati, e di misure di ordine pubblico che hanno quotidianamente per bersaglio immigrati e immigrate, e attraverso le campagne di criminalizzazione dei migranti che con la guerra in corso hanno assunto intensità e violenza via via crescenti.

Negli Stati Uniti il Patriot Act ha sospeso a tempo indeterminato le garanzie fissate dal I e dal IV emendamento della Costituzione, ha introdotto una nuova figura di reato, il sospetto di reato, e ha attribuito poteri illimitati (di vita e di morte) contro i "sospetti" a tribunali militari speciali che emetteranno sentenze inappellabili; e non c’è dubbio che tra i primi destinatari di queste misure "eccezionali" ci saranno i lavoratori immigrati, sospettati e sorvegliati speciali per definizione.

In Inghilterra il governo ha rispolverato per gli immigrati islamici l’internamento senza processo, che già colpì negli anni ’60 migliaia di irlandesi, e sta attuando la secca revisione in peggio delle norme sul diritto di asilo equiparando nei fatti i richiedenti asilo ai migranti per ragioni economiche.

In Spagna la Ley de extranjeria ha inasprito le condizioni per ottenere il permesso di soggiorno e irrigidito le norme sul rimpatrio dei "clandestini" al punto tale che sono a rischio di espulsione molte decine di migliaia di immigrati.

In Germania il progetto di legge Schily prevede l’esistenza di due ben distinte classi di immigrati: i pochi immigrati ad alta qualificazione, che hanno alcune garanzie in più, e la massa degli immigrati a bassa qualificazione che tornano a essere declassati a "ospiti a tempo", tali solo fino a quando sua maestà il mercato ha bisogno di loro. Anche in questo caso il diritto d’asilo viene ristretto.

Quanto all’Italia, le associazioni degli immigrati hanno già messo in luce e criticato i punti-chiave della legge Bossi-Fini. Che sono: il contratto di soggiorno, che pone un vincolo strettissimo tra una data occupazione e il permesso di soggiorno; l’estensione del periodo di tempo in cui si può essere trattenuti nei centri di "prima accoglienza"; il passaggio da 5 a 6 degli anni necessari per poter richiedere la carta di soggiorno; la restrizione dei ricongiungimenti familiari; lo svuotamento del diritto di asilo peraltro già pressoché inesistente nel nostro paese. Per il momento, pare accantonata l’introduzione dei reati d'ingresso clandestino e di permanenza in clandestinità, ma si è già preparato il terreno in questo senso. E prima ancora che la nuova legge sia entrata in vigore, si sono già fatte strada pratiche discriminatorie "nuove" quali quella della preferenza nazional-razziale o cultural-religiosa per i popoli "cristiani" e bianchi rispetto a quelli non-cristiani e di colore, il marchio sulle mani o sui vestiti degli immigrati, la loro esclusione dai benefici fiscali e così via.

Il risultato di questa globalizzazione delle politiche restrittive e punitive verso gli immigrati è sotto gli occhi di tutti. Si va verso una nuova forma di lavoro vincolato. Si va verso la reintroduzione del modello, ‘rimani solo fin tanto che ci servono le tue braccia’, un modello che gli emigranti (italiani in primis) e il movimento operaio contestarono negli anni ’60. Si va verso la moltiplicazione delle legislazioni speciali nei confronti degli stranieri, che nascono eccezionali ma poi diventano normali. Si va verso l’approfondimento della precarietà degli immigrati, la riduzione dei loro già ridottissimi diritti individuali e, a maggior ragione, di quelli collettivi, verso la moltiplicazione dei controlli e delle restrizioni sulla loro esistenza. Si va verso un ulteriore consolidamento del diritto differenziale e la creazione di una scala gerarchica ancora più stratificata tra gli immigrati (che ricorda, a chi ha memoria, certi "anni bui".

E per quanto non si faccia che parlare dei "clandestini", tutto ciò riguarda in effetti non soltanto una sezione dell’immigrazione, ma l’intero campo del lavoro immigrato. Poiché ciò che serve al mercato è una larga massa di lavoratori immigrati massimamente duttile e sottomessa, che sia d'esempio ai lavoratori autoctoni spronando anche loro alla massima duttilità e sottomissione.

Questa linea di tendenza propria agli Stati Uniti e all’intera Europa (che qualche studioso ha definito "nuovo schiavismo") sta trovando momenti di contrasto sia nelle iniziative di lotta dei sans papiers, delle associazioni degli immigrati e, in parte, dei sindacati, sia negli organismi anti-razzisti e nelle "buone pratiche" adottate da un certo numero d'operatori sociali e strutture educative, d'assistenza e di volontariato. In questo coro di voci critiche non può mancare quella degli italiani che nel corso dei secoli hanno provato sulla propria pelle l’umiliazione della discriminazione e dello sfruttamento a causa della nazionalità, ma che hanno però contribuito allo sviluppo culturale ed economico di tanti paesi del globo.



Salvatore Falco

Punto d'incontro, XII N.E., 22, 2002.

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